C’era una volta un piccolo opificio… #particolaridelborgo

opificio

Il mattone che presentiamo di forma quadrata, profondamente inciso con stecche lavorate a cuneo e con la data scritta con un chiodo sull’argilla fresca, è uno dei vari stemmi di San Lorenzo, simbolo delle proprietà del Capitolo della Cattedrale di Perugia. In altre targhe, come quella poco distante posta su di una casa lungo il Corso, in pietra con cornice, figura la definizione di casa “livellaria”, cioè da affitto. Queste targhe indicano il compimento di una ristrutturazione che in questo caso potrebbe significare anche una variazione di destinazione d’uso. La casa presenta infatti sul fianco un grande arco che sta ad indicare un precedente impiego porticato, cioè con una area coperta, ma all’aria aperta, per una destinazione artigianale che possiamo solo immaginare influenzati come siamo da più antiche e vivaci destinazioni accorpate in aree cittadine quali quelle delle Conce, dei Pellari, dei Sellari, dei Dadari, dei Tessitori, dei Falegnami, dei Fabbri, dei Cappellai, dei Funari, dei Vasai, dei Cestai… ormai tramontate. La data, con la sua epoca, merita infatti attenzione. Essa è indicativa di una trasformazione in atto di notevole entità. Dal punto di vista abitativo le case si diffondono entro le vecchie mura chiudendo alcune vie (famosa è quella della Malacucina) e crescendo in altezza. C’è sempre stata una gerarchia tra le strade principali e le secondarie ma la città medievale era malgrado tutto più ariosa. Le abitazioni restano monofamiliari da cielo a terra ed iniziano ad essere un poco più moderne, con la divisione delle stanze non più tutte passanti, ma con la nascita dei corridoi che le distinguono; con le attrezzature già inventate, ma solo allora comunemente diffuse, degli scarichi in tubi di terracotta che finivano (quasi sempre) in fogne. Si crea una differenza sostanziale tra vie e vicoli che prima non era così netta. Le vie hanno fianchi che si chiudono a cortina ed i vicoli divengono il “retro”; si tratta di una trasformazione che iniziando a quel tempo dura fino al primo novecento. Basti pensare che in questo Borgo si effettua (1753) lo spianamento e la rettificazione della via Cavour che doveva avere andamento ondulato e della via del Borgo XX Giugno che saliva in corrispondenza di San Pietro. Qui ne è stato abbassato un lungo tratto per circa un metro e mezzo di altezza: la porta di San Costanzo dell’architetto Valentino Martelli, è rimasta con le guardiole “appese” sopra la quota stradale. Si pensi ancora all’ingigantimento della chiesa di San Domenico, che già era gigante, laterali oltre a quella della Madonna del Voto, la sola che già esisteva. In questa chiesa, sulla controfacciata, era stato rappresentato per mano del pittore Anton Maria Fabrizi il Borgo Bello nel 1656, sotto la protezione della Vergine. Si vedono bene le chiese di San Pietro e meglio ancora quella di San Domenico e si intuisce un sali-scendi ben più marcato; tolte le aree conventuali, le abitazioni hanno ingombro molto modesto. Già quando il Bonfigli aveva raffigurato il Borgo nella scena della traslazione del corpo di Sant’Ercolano aveva riportato un tessuto abitativo di molto inferiore all’attuale ed anche se la chiesa di San Pietro è prospetticamente falsata per mostrare tutto il resto della città, un pittore così preciso ci fa vedere come le abitazioni fossero notevolmente inferiori, superate anche dal relitto delle fondazioni della chiesa di San Domenico, sostituite dall’area del palazzetto dell’Inquisizione, che si voleva ancora più gigante, iniziata e fallita per cedimento intercorso al suo avvio, come ci racconta il Vasari nella vita di Giovanni Pisano. Così nel 1745 un opificio diviene abitazione, la città cresce su se stessa. Tutto ciò che non è rielaborazione e vendita dei prodotti agricoli emigra verso spazi maggiori e meno urbanizzati, in seguito concentrandosi per un periodo nell’area del Campo di Battaglia. Dopo questi tempi molte città sono uscite dalle mura spesso demolendole, ma non Perugia che vive quasi in simbiosi con le mura e che quanto a “barutoli” gliene basta uno.

Particolari del Borgo.
Rubrica a cura di Lanfranco Sportolari e Fabio Palombaro

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